Monday, February 10, 2003

Wednesday, February 05, 2003

Sunday, February 02, 2003

Aridatece Carlo
Ma è così importante vincere?

In una serata freddissima la Roma è finalmente tornata alla vittoria dopo tre sconfitte consecutive. Ma per il vero tifoso romanista è stata una "vittoria mutilata", senza offendere la memoria storica di nessuno. Per la prima volta, dopo 4 anni, l'Olimpico ha dovuto fare a meno di Carlo Zampa che ha rassegnato da alcuni giorni le dimissioni da speaker della Roma. Strani ricorsi storici. Zampa esordì in questo ruolo in un Roma-Sampdoria del febbraio 1999. Anche allora la Roma attraversava un momento difficile. Anche allora faceva un freddo cane. Anche quella partita finì 3-1 con lo stesso ordine di segnature (1-0, 1-1, 2-1. 3-1). Tanto per rinfrescarci la memoria: i gol giallorossi furono di Fabio Junior (!) e (doppietta) di Paulo Sergio, entrato nel finale al posto di un contestatissimo Delvecchio. Montella giocava ancora coi blucerchiati. Era una Roma per sognatori, bella e disgraziata come tutte le squadre di Zeman. Eppure fu proprio la voce di Zampa uno dei motivi che ravvivarono in me l'amore un po' intiepidito per questa squadra. Andare allo stadio divenne una festa, un momento di sicura emozione. Anche se era chiaro che non avremmo vinto lo scudetto.

Poi l'abbiamo vinto e forse ci siamo abituati un po' troppo bene. Adesso storciamo la bocca di fronte a tanti nostri giocatori ritenuti "non da Roma". Ma vorrei ributtare lì una frase detta qualche anno da da D'Alema (orrore orrore, sì, proprio lui): ma che gusto c'è a tifare per chi vince sempre?". Pensateci e se siete davevro tifosi della Roma sarete senz'altro d'accordo. Oggi ho visto la partita del Milan. Brutta, noiosa. Il Modena subisce un fallo da rigore? Ma no, il telecronista ci spiega che Seedorf si "è mosso con mestiere". Mentre il penalty (il decimo quest'anno) dei rossoneri è naturalmente sacrosanto. Ci mancava solo Redondo che a fine partita ha dedicato la vittoria al "nostro presidente"... D'altra parte cosa aspettarsi da uno che saltò i Mondiali del '90 perché doveva laurearsi...Ma non cambiarei mai la mia Roma (o Rometta) con quel Milan o con la Juve (l'Inter lasciamola perdere). La vittoria rossonera è già stata decisa per decreto ad agosto e alla fine magari sarà anche meritata. Ma una festa come quella nostra del 2001 se la sognano... Lasciamoli stare, teniamoci la nostra Roma, il nostro Olimpico e il nostro Zampa.Tifare le "grandi" è da deboli, è da pavidi. Tifare Roma è un'altra cosa. E le vittorie, le coppe e gli scudetti c'entrano poco o nulla. E peggio per chi non lo capisce.

Friday, January 31, 2003

A PROPOSITO DI “ROMANZO CRIMINALE”, di Giancarlo de Cataldo

“Il piacere di raccontare il crimine”Pubblicato su Clorofilla.it

"Dandi era nato dove Roma è ancora dei romani: nelle case di Tor di Nona. A dodici anni l'avevano deportato all'Infernetto. Sull'ordinanza del sindaco c'era scritto 'Ristrutturazione degli immobili degradati del centro storico'. La storia andava avanti da una vita, ma Dandi non smetteva di ripetere che, un giorno o l'altro, sarebbe ritornato al centro. Da padrone. E tutti si dovevano inchinare al suo passaggio. Per il momento occupava con la moglie un bilocale con vista sul Gazometro".

Comincia così 'Romanzo criminale' di Giancarlo de Cataldo, 46enne giudice presso la Corte d'Assise, versatile autore di sceneggiature, romanzi e testi teatrali. Per scoprire come andranno i sogni di gloria del Dandi, dovremo percorrere 620 pagine tiratissime che ci raccontano la versione romanzata della celebre "Banda della Magliana", famigerata holding del crimine che tra la fine degli anni Settanta e l'inizio dei Novanta dominò la scena malavitosa romana attraverso il monopolio del traffico di eroina e intrecciò più volte i propri destini con quelli dell'eversione armata di destra e i servizi segreti deviati. Fin qui nulla di nuovo. Il tutto è stato già perfettamente descritto dieci anni fa da Giovanni Bianconi nel memorabile 'Ragazzi di malavita'. La vera grande novità è che questo è un romanzo, un bellissimo romanzo noir, decisamente insolito per il nostro panorama letterario.



E' lo stesso autore a spiegarlo a Clorofilla: "La storia italiana ha vissuto un periodo storico, da Piazza Fontana a Tangentopoli, ricchissimo di avvenimenti tragici e inquietanti. Terrorismo, misteri di Stato, stragi, complotti. Ormai si tratta di avvenimenti di cui si è parlato fino alla noia in processi, saggi storici e analisi politiche. Ma è sempre mancata una dimensione epica, un racconto che traducesse questi fatti in storie comprensibili per chi ha vent'anni oggi e non sa chi era Aldo Moro o cosa è successo a Bologna nel 1980. E' strano. In Vietnam la tragedia del Vietnam o l'omicidio di Kennedy hanno ispirato decine di film e romanzi. Da noi una tragedia come quella di Moro è stata rimossa, occultata. Il mio romanzo nasce proprio dall'esigenza di raccontare una parte delle nostra storia fondamentale per noi tutti. Ho scelto di farlo attraverso una realtà circoscritta, quella romana e una storia particolare come quella della Banda della Magliana. Non faccio rivelazioni clamorose, mi limito a riprendere quello che è ormai in decine di verbali processuali e ad aggiungerci un po' di fantasia e qualche variazione. Accendo solo la luce su verità ormai stranote".



Ecco allora una galleria di personaggi incredibili, chiamati quasi sempre per soprannome: oltre al già citato Dandi, conosceremo il Freddo, il Libanese, il Nero, e poi Trentadenari, Scrocchiazeppi. Fierolocchio, il Sorcio. E anche una dark lady di nome Patrizia, prostituta d'alto bordo, fondamentale in tutti passaggi decisivi della storia. Sono uomini e donne mossi tutti da un progetto, da un sogno. Di riscatto, di gloria, di potere. "Mi sono limitato a raccontare questi personaggi senza giudicarli. Di giudizi ne do già tanti in Tribunale", spiega De Cataldo. Sullo sfondo il sequestro Moro, l'omicidio Pecorelli, le tante stragi impunite, l'Italia degli anni di piombo e della Milano da bere, fino a Tangentopoli.

Manca completamente quella vena romantica e malinconica che caratterizza molti noir, tra cui i romanzi di Edwin Torres, magistrato americano che in Carlito's Way e Afterhours racconta i gangster della mala di New York. Questo è un libro "politicamente scorretto", pieno di "tossici", mignotte, pere, fascisti e infami. L'autore non si stacca mai dal racconto: in primo piano ci sono sempre loro, i "bravi ragazzi" della Capitale alle prese con omicidi, bordelli, rapimenti e meeting con capi mafiosi, agenti segreti e massoni. Non c'è spazio per l'introspezione psicologica, qui il racconto è per il racconto. La forza del libro è in buona parte nella credibilità e nel ritmo dei dialoghi, che costituiscono un buon 40% del romanzo. Una novità non da poco nel nostro panorama letterario. "Ho curato moltissimo il romanesco dei personaggi, avvalendomi della consulenza del mio 'macellaro' di fiducia Bruno Pari. Io sono di Taranto, ma sono fiero di potermi dichiarare romano d'adozione. Dietro l'apparente cinismo, Roma è una città disponibile e aperta. Che ti accoglie, ti mette a tuo agio e poi però ti frega, perché finisce con lo smontare i grandi progetti e le grandi ambizioni proprio perché in duemila anni ne ha viste di tutti i colori. E' così anche
per i protagonisti del mio romanzo".

'Romanzo criminale' non è né un thriller né un romanzo di denuncia. "Viviamo in un'epoca di grandi conoscenze specialistiche in cui manca però la sinapsi, la capacità di collegare le parti in un'unica narrazione. E' quello che ho cercato di fare. Fondamentalmente per il piacere di raccontare. E - ve lo assicuro - scrivere questo libro è stato davvero avvincente".

‘Romanzo criminale', Giancarlo de Cataldo, Einaudi Stile Libero
pagg. 628, euro 14,50








Thursday, January 30, 2003

Sono passati dieci anni dagli accordi di Oslo tra Olp e Israele. Dieci anni dallo storico incontro di Washington tra Rabin e Arafat. Come dimenticare quel 13 settembre? L'immagine dei due che si stringono la mano sotto lo sguardo soddisfatto di Bill Clinton sembrava quasi un fotomontaggio, tanto incredibile era quello che stava accadendo. L'inizio della pace in Medio Oriente, il primo passo verso una convivenza pacifica di arabi e israeliani. Quel 13 settembre fu un giorno di festa a Roma. Una giornata speciale, trascorsa nel ghetto ebraico insieme a tanti amici, ebrei e no. Ricordo un ex deportato di Auschwitz, intervistato da un nugolo di giornalisti. Più delle sue parole, ricordo la sua voce. Tremante, emozionata. E intorno, di fronte alla sinagoga, correva quasi un'unica voce: "Questa non credevo di vederla". La pace in Medio Oriente sembrava quasi un'utopia. E invece eccola lì, servita su un piatto d'argento agli scettici.

Sembra un racconto di un secolo fa. 1993-2003. Sharon ha vinto di nuovo le elezioni. La pace in Palestina sembra quanto mai lontana. Attentati, incursioni, coprifuoco. Morti, missili, stragi. Queste sono le parole che associamo alla Terra santa. Uno stato palestinese non esiste ancora e alle porte c'è una nuova guerra degli Usa all'Iraq di Saddam Hussein. Come è potuto accadere tutto questo?

Riguardiamo quella foto. Rabin, con uno sguardo poco convinto, tende la mano a un Arafat sorridente. Clinton allarga le braccia come un papà comprensivo e severo al tempo stesso.

Rabin. Ucciso il 4 novembre 1995 da un fanatico ebreo. Dopo di lui Nethanyau e Barak. Due premier (il primo di destra, il secondo laburista come Rabin) incapaci di portare avanti il piano di pace. Con loro Israele è divenuto un altro Paese. Porte aperte agli immigrati dall'ex Unione Sovietica e dall'est europeo. Via libera agli insediamenti nei Territori assegnati ai Palestinesi. Il tutto giustificato in una logica di "guerra demografica". I palestinesi fanno troppi figli, gli ebrei pochi. Senza questa nuova ondata migratoria, nella stessa Israele la popolazione araba e musulmana sarebbe cresciuta troppo. Questo quello che ci viene detto da almeno 5 anni dagli esperti.
Arafat. Ovvero la dimostrazione che un grande leader non è necessariamente uno statista capace. Tornato in trionfo in Cisgiordania dopo gli anni d'esilio a Tunisi, Yasser ha messo in piedi un sistema di governo corrotto, inefficiente e ampiamente antidemocratico. Il successo di Hamas e della Jihad nasce dalle incapacità e dai soprusi commessi dalla cricca di Arafat. L'élite intellettuale palestinese si è disamorata presto del suo leader. La fuga di cervelli dalle università palestinesi è cominciata subito dopo il ritorno di Arafat. Mentre i vecchi dell'Olp parlavano di pace, l'Hezbollah libanese (filo iraniano) metteva a segno la prima vera vittoria in 50 anni, costringendo Israele al ritiro dal Sud del Libano dopo oltre vent'anni di occupazione. Da noi questo è stato un avvenimento passato quasi sotto silenzio, ma per molto palestinesi si è trattata di una svolta epocale. Era la dimostrazione che Israele non è invincibile. E che forse è possibile addirittura cancellarne l'esistenza. Prima ancora che il mondo scoprisse Bin Laden, i kamikaze e le autobomba erano già una realtà consolidata in Palestina. Al Qaeda, l'11 settembre e le crociate successive c'entrano relativamente poco con la questione israelo-palestinese, checché ne dicano tutti. Quando nel febbraio 2001 arriva Sharon la frittata è fatta. Ariel promette non pace ma sicurezza. Non porterà né l'una né l'altra.

Clinton. Suo l'ultimo tentativo di arrivare a una pace. Il suo piano è ancora oggi la bozza da cui si tenta ogni tanto di ripartire. Alla Casa Bianca, la nuova amministrazione guarda alla questione mediorientale apparentemente senza una vera strategia. Powell e Bush junior alternano promesse ai palestinesi con generici appelli alla pace, rimarcando sempre il "diritto di Israele a difendersi". Ecco, con tutto il male che possiamo pensare di Clinton e dei suoi due mandati, dovremmo avere l'onestà di riconoscere che non è vero che tra democratici e repubblicani non ci sono differenze in politica estera.

Quell'immagine di dieci anni fa sembra davvero una cartolina da un altro mondo. Ci prepariamo ad una guerra "preventiva", della quale nessuno capisce le vere ragioni. Intanto abbiamo imparato un nuovo termine: "pacifismo a senso unico". Impossibile accusare Sharon senza essere sospetatti di essere contro Israele o addirittura antiebraici (vale la pena ricordare che anche gli arabi sono semiti). Un motivo in più per ricordare con amarezza quel 13 settembre 1993.

Tuesday, January 28, 2003

sa
Ciao a tutti. Ho aperto stasera questo blog. L'idea mi sembra carina. Creare un sito vero e proprio era un po' troppo per le mie limitate conoscenze telematiche e il mio poco tempo libero. Però mi piaceva molto l'idea di uno spazio nella rete da gestire e aggiornare. Presto vi manderò le indicazioni per intervenire e per avere informazioni ulteriori su questo spazio.
ciao a tutti